Non procura di province, ma bordello
Nella presentazione delle accuse rivolte dalla procura milanese nei confronti dei frequentatori delle cene a casa di Silvio Berlusconi, la residenza privata del premier è stata definita “un bordello”. In seguito il procuratore aggiunto Pietro Forno ha smentito goffamente, ma la sua frase non era stata né casuale, né improvvisata.
19 AGO 20

Non è solo la questione della parola, un po’ volgarotta, utilizzata dalla Procura. La verità è che usare termini che danno per scontato l’esito di un giudizio – che è tuttora alla fase preliminare – è una pura e semplice diffamazione. Se qualcuno dicesse che la residenza del procuratore aggiunto è un “bordello”, sarebbe immediatamente e giustamente denunciato. Invece, visto che si tratta di Berlusconi, tutto pare essere permesso. Nella Procura milanese, la stessa in cui Bettino Craxi veniva definito “delinquente matricolato”, si nutre evidentemente la nefasta convinzione che l’accumulazione di insulti gratuiti serva a creare un pregiudizio favorevole all’accusa, che poi, enfatizzato dai media, diventa senso comune. Purtroppo le esperienze del passato dicono che questa tattica meschina dà invariabilmente i suoi frutti, anche perché chi dovrebbe tutelare la dignità della magistratura non sembra rendersi conto di quanto siano inaccettabili quei metodi in uno stato di diritto.
Assuefarsi a tutto ciò è come assuefarsi a una droga, perdere la distinzione tra immaginario pretestuoso e realtà documentata, con l’effetto di far prevalere pulsioni irrazionali e pregiudizi politici sulla ricerca razionale della verità e delle responsabilità effettive. L’Italia è già passata per questa sbornia collettiva giustizialista e ne è uscita come ne è uscita. Riproporre quello schema, il linciaggio mediatico attizzato dalla violenza verbale delle Procure, significa piombare di nuovo in quel clima di sopraffazione. A questo, per difficile che sia, è giusto resistere, resistere, resistere.